SALA STAMPA
Da uno dei tre milioni di un anno e mezzo fa
di Roberto Signorini
Alle persone con cui sono in contatto, e a qualche organo di informazione, sento il bisogno di comunicare alcune riflessioni di cui l'orrore di questi giorni mi fa sentire l'urgenza.
"Chi sei per pretendere che ciò che scrivi ci interessi? Sei un giornalista? Sei un politico di professione? Sei nel clero di qualche chiesa? Sei un opinion maker? Sei un vip?"
No, sono "soltanto" uno dei tre milioni di cittadini che il 15 febbraio 2003 sfilarono a Roma nella manifestazione più imponente del mondo contro la guerra di aggressione all'Iraq, contro la complicità dell'Italia in quella guerra e contro la distruzione di un altro pezzo di Costituzione; e sono uno dei molti che non hanno mai tolto dal balcone la bandiera della pace.
Ciò basterà a far cestinare questa lettera o a farla considerare con sufficienza o ilarità da alcuni dei destinatari. Questi possono fermarsi qui e non perdere minuti preziosi.
Per chi invece pensa che essere realisti non significhi accettare come realtà quella che tale dichiara chi ha la forza di fatto, e che esistano dei principi razionali ed etici che al potere di fatto della forza si sottraggono, non è inutile riflettere sulle questioni che solleva la vita dei quattro volontari di pace rapiti ieri Baghdad — così come quella di tutti coloro che stanno da anni dichiarando, vivendo (e anche morendo) la propria opposizione alla guerra e all'ingiustizia —: una vita preziosa, che rappresenta uno dei pochissimi motivi di speranza nell'orrore e nel disgusto che ci avvolge.
Per la salvezza di questi costruttori di rapporti civili, rapiti da terroristi-militari generati da un militarismo terrorista, sappiamo che l'unica vera iniziativa realistica è il ritiro dei militari italiani dall'Iraq, la netta dissociazione da una guerra di aggressione il cui unico risultato non può che essere una disumanità sempre più scatenata, e l’avvio di iniziative serie e rispettose di collaborazione non coloniale con la società irachena secondo i principi e le pratiche già messi in atto dal volontariato pacifista.
Ma in Italia la cosiddetta "opposizione", che per mesi non ha voluto compiere alcuna azione efficace, e soprattutto chiara, per ottenere quel ritiro, quella dissociazione e quelle iniziative, e che soprattutto si è ben guardata dall'appellarsi per questo al movimento per la pace, ha invece subito accettato le condizioni poste da un governo di neoliberisti, neofascisti e neorazzisti, che ha cinicamente "incassato" quanto voleva, ossia imporre a un’opposizione divisa e subalterna il ricatto: trattative (forse, e di quale tipo?) per la vita degli ostaggi, in cambio del silenzio (sicuramente, e da subito) sul ritiro dei militari da parte dell’opposizione e soprattutto dei cittadini da essa "rappresentati", come dimostra il comunicato emesso dai partecipanti all'incontro, che appunto su quel ritiro non dice più nulla.
Non tutti hanno dimenticato l'"unità nazionale" di venticinque anni fa: un accordo tra governo e opposizione per mettere a tacere ogni voce di dissenso. Oggi come allora si cerca di cancellare ogni spazio di espressione per chi è sia contro il terrorismo sia contro lo Stato in quanto manifestazioni speculari di una stessa logica: d'ora in poi chi è contro questa guerra sarà "oggettivamente", automaticamente, complice del terrorismo.
Alla fine degli anni Settanta le leggi speciali resero "tutti meno liberi" (così dicevano alcuni magistrati democratici). Oggi siamo ancora meno liberi per gli altri pezzi di Costituzione che vengono definitivamente cancellati: dal ripudio della guerra al diritto d'asilo, dalla libertà personale alla non discriminazione in base a opinioni ed etnie.
Come allora si riuscì a liquidare anni di esperienze mai viste di partecipazione politica che avevano coinvolto milioni di persone, e ad appiattire tutto nella definizione di "anni di piombo", così ora si punta alla liquidazione del più grande movimento mai visto per la pace e contro la guerra neoliberista attraverso la definizione, già pronta da sempre, di "pacifismo complice". Non a caso, un editorialista della destra ha già dichiarato gli ostaggi "vittime dei pacifisti".
In questa situazione, però, la disumanità montante non è frutto solo del terrorismo di Stato e del terrorismo contro lo Stato, ma è anche il prodotto di una parallela abdicazione di massa al pensiero critico e alla memoria storica. La disumanità non si può contrastare con un pensiero che si dichiara "debole", alleggerito dalla "fine delle ideologie", indifferente alla storia anch’essa "finita", disincantato nei confronti di qualsiasi fondamento e principio, pentito dei propri trascorsi critici, visti come portatori di violenza e totalitarismo.
Eppure quarant'anni fa, con lungimiranza, un filosofo senza patria che aveva conosciuto sia il nazismo sia l'omologazione della società di massa, analizzò le radici della "società a una dimensione" che solo oggi sta diventando esperienza globale. Le mode lo hanno archiviato. La sua lezione di "pensiero negativo", l'idea che la negazione dell'esistente da parte della ragione critica costituisca già di per sé un fatto contro la forza del potere di fatto, perché osa pensare un mondo sottratto ad essa, è reso attuale da quanto abbiamo sotto gli occhi, come ammonimento a fermarci prima che sia troppo tardi, per tornare a pensare contro ciò che sta accadendo, prima che ciò che sta accadendo ci impedisca per sempre di pensarlo.
Per questo il movimento per la pace che noi siamo dovrebbe oggi riprendere a manifestarsi anzitutto come pensiero che — al più alto livello di consapevolezza e di impegno culturale e di vita, al di là delle logiche dei "politici" di professione e delle loro unità nazionali — nega la guerra come terrorismo; e ricordare, con una presenza fatta di milioni di gesti e di posizioni consapevoli e critici, che ci sono fondamenti, principi etici, esperienze storiche e valori universalmente umani, senza i quali nessuna politica (senza virgolette) è possibile, ma resta solo la disumanità che già abbiamo davanti e fra poco addosso.
Riflettendo su tutto questo, partecipo in questi giorni alle iniziative per la liberazione di Simona Pari, Simona Torretta, Ra'ad Alì Abdul-Aziz e Mahnaz Bassam.
Roberto Signorini
