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giovedì, 27 gennaio 2005
 

 

Le primarie nella coalizione di  Centro-Sinistra: “strampalerie” o una questione di democrazia?

 

E’ all’ordine del giorno del dibattito politico la questione delle primarie con lo scambio di battute polemiche tra Prodi e Bertinotti su chi abbia in proposito la posizione più “strampalata”. In realtà la questione è molto importante, poiché coinvolge una analisi critica della natura della coalizione, del suo riferirsi a un sistema maggioritario italiano che non ha semplificato  ma, se possibile, reso più complesso il sistema dei partiti.

A me pare che il coinvolgimento di Megachip-Punto zero in questo confronto dialettico sia doveroso dato che la questione delle primarie rinnova il dibattito sul deficit di rappresentanza di intere aree di pensiero  e sull’immiserirsi progressivo del dibattito sui valori e i modelli. Questi sono temi che riguardano molto da vicino la democrazia nella comunicazione e il ripensamento del ruolo degli operatori della cultura, dell’arte e della comunicazione in questo momento di stagnazione ( se non di censura) nella proposta di alternative e in una situazione nazionale e mondiale che richiederebbe, viceversa, il massimo della creatività e della molteplicità delle posizioni a confronto.

 

Immaginiamo, per un attimo, la coalizione di centro-sinistra, come un aggregato politico stabile, composito al suo interno, come qualunque struttura politica collettiva, ma fondato su un “manifesto comune”, su più elementi unificanti che elementi di divisione.

Immaginiamo che il contesto istituzionale e costituzionale del nostro paese sia effettivamente costruito attorno al principio e valore di governabilità che, sul modello americano e anglosassone ha dato luogo ai sistemi bipolari e maggioritari (chi vince prende tutto).

Immaginiamo che per coloro che hanno sempre interpretato l’edificio costituzionale sulla base della rappresentatività proporzionale una reazione alla “perfetta governabilità” del ventennio fascista, tutto questo stia bene.

Immaginiamo che non vi siano gravi anomalie nel sistema delle democrazie per l’irrompere violentissimo, sia nella forma che nella sostanza, di lobby che non si accontentano più di “influenzare” i governi, bensì di costituirli.

Se tutto questo fosse vero o, meglio, condiviso, allora si dovrebbe concludere che la richiesta di Fausto Bertinotti è perfettamente legittima. La decisione di nominare un personaggio quale candidato di una organizzazione coesa e unitaria alla competizione politica, in un sistema bipolare compiuto, a confronto con la parte avversa, non potrebbe essere sottratta al libero dipanarsi di un democratico confronto interno, fino al voto, con modalità garantite, quanto meno statutariamente, di aderenti, tesserati e, se del caso e previsto, simpatizzanti.

Fare di questa scelta cruciale una semplice materia di negoziato tra gruppi di potere e di pressione, o di opportunità o, peggio ancora, di calcolo probabilistico della possibilità di vittoria ( assumendo il vincere come valore in se) sarebbe ridurre la vita di tale organismo politico a pura oligarchia e il suo dibattito culturale interno a una fastidiosa e molesta formalità.

Il candidato unico, in questa ottica apparirebbe, come scrive “il manifesto” del 25 gennaio, la foglia di fico di un deficit grave di democrazia, la pantomima del potere di decidere e partecipare da parte dei membri di una collettività. Effettivamente “strampalato” sarebbe il pretendere di andare alle primarie con un candidato unico: non sarebbe una votazione, bensì una incoronazione.

Nello stesso contesto Bertinotti si collocherebbe come “capo corrente” di una organizzazione, legato a Mastella, a Rutelli, a Letta ( anch’essi in questa visione capi corente) dalla condivisione di una cultura, valori e principi ben più vasti di una semplice alleanza elettorale. E Berinotti, per la sua antica e straordinaria storia di milizia politica, ben sa che aderire a un partito e militarvi significa avere diritti, certo, ma anche con doveri di lealtà e coerenza nei confronti dei suoi compagni di partito.

Questo scenario, tuttavia, appare più immaginario che reale.

La coalizione di centro sinistra è, appunto, tale. Vi partecipano numerosi partiti che sono ben altro e ben di più di “correnti” all’interno del medesimo, sostanziale, progetto culturale e politico. Questi partiti sono dotati di statuti che ne regolano la vita democratica interna. Esprimono opinioni, idee e modelli che, se non vogliono essere considerati antitetici, sono certamente molto dissimili tra loro. Il collante che la tiene insieme può essere definito un “bicomponente”. La necessità imposta dal sistema maggioritario di evitare la irrilevanza e la scomparsa dalla rappresentanza politica dei più piccoli congiunta al catalizzatore potente dell’emergenza di una destra anomala la cui sconfitta costituisce una priorità programmatica per i più grandi, che da soli vincere non possono.

Sotto questo punto di vista la scelta del candidato della coalizione è il risultato di un negoziato tra i partiti, il prodotto di una scelta sulle priorità, un fatto che trova conforto e energia nel dibattito interno a ogni singolo partito sulla materia. In ultima analisi è “un minimo comune denominatore” dettato dalla congiuntura, dal contesto, dalle priorità. Quindi “strampalata” risulterebbe la pretesa di Bertinotti di presentarsi come alternativa al risultato della negoziazione senza porre la sua persona come elemento discriminante, non fosse altro che come soggettiva e legittima pretesa di garanzia, per la partecipazione del suo partito alla coalizione stessa.

Ancora più “strampalata”, però, è l’idea stessa di primarie, che, per correttezza va ricordato, non è stata partorita da Bertinotti, ma da suggestioni “liberal” prevenienti da altre parti. Infatti, se Prodi è il prodotto della mediazione tra i partiti ed è considerato il miglior garante del “minimo comun denominatore” e delle possibilità di raggiungere i risultati elettorali determinati dall’emergenza, non servono al centro-sinistra le primarie, strumento di democrazia in altri contesti e in altri sistemi istituzionali.

E’ ben comprensibile l’intento tattico di Bertinotti. Dato che altri hanno lanciato l’idea delle primarie, vuole andare alla conta, far pesare sul dato elettorale la forza dei movimenti, il portato di idealità militanti, in questo confortato dagli esiti delle primarie pugliesi, che hanno mostrato come chi è disposto ad impegnarsi ponga con forza il tema del “distinguersi”.

Non c’è dubbio che Vendola abbia offerto all’opinione militante ( che non necessariamente corrisponde all’opinione votante) una opportunità di distinguersi e chiarire oltre il limite dell’opportunità politica.

Resta il dubbio, forte, che per riattivare un dibattito asfittico nelle paludate stanze della politca istituzionale, sia giusto utilizzare le leve della tattica assumendo strumenti altrui e del tutto impropri come opportunità per se stessi.

 Bertinotti si è sempre espresso con forte determinazione critica nei confronti del sistema maggioritario, da tempo, meritoriamente, indica i movimenti come specchio di un dibattito e di un fermento reale che la politica disattende con le sue alchimie. Da sempre con coerenza si oppone alla guerra che devasta il mondo e le coscienze. Con coerenza e con coraggio rivendica la supremazia delle leggi della umanità su quelle del mercato. 

Perché oggi, sulla base di una pura opportunità di conta, legittima, con la sua candidatura un meccanismo di primarie prive di legittimità, di norme statutarie, di regole di iscrizione, addirittura di soggetto al quale esse si possano riferire.

Perché si fa trascinare in un dibattito sulla coerenza sui principi e i valori quando è chiaro, anzi chiarissimo che i valori di Rutelli e di Mastella e forse anche quelli di ampie parti dei DS nulla hanno a che fare con la posizione di PRC.

Meglio sarebbe chiamare le cose con il loro nome e dire all’elettorato che i partiti che si riconoscono nella coalizione di centro-sinistra si pongono obiettivi di programma comune minimi, che intendono conservare la loro autonomia organizzativa, che hanno opinioni differenti sull’analisi strutturale della realtà, che hanno una visione diversissima sui sistemi elettorali e sui concetti stessi di democrazia. Se Mastella può stare assieme a Bertinotti, Fassino con Rutelli e Pecoraro Scanio con Letta e con Di Pietro, ciò lo si deve a una emergenza.

Bertinotti, invece di candidarsi alle primarie, ci dica se Prodi è un garante adeguato per portarci fuori dalle secche istituzionali nelle quali ci ha arenato la destra e per ristabilire i principi di democrazia e di convivenza politica. Negozi prima, lo faccia con trasparenza e non ci confonda le idee.

Siamo chiari su questo e mobilitiamoci su questo, se lo riteniamo opportuno, evitiamo tatticismi che rischiano di contaminare il terreno del confronto e rendere oscuro ciò che viceversa è giusto che sia chiaro anche se molto parziale, solo un primo passo necessario.    
 
Annibale Pepe
27/01/05 
postato da megachiplombardia | 18:29 | commenti (1)