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mercoledì, 02 febbraio 2005
 

Non cambio idea

 

In Irak, ci dicono, ha votato il 60 o il 75% della popolazione.

Non voglio entrare nel merito di una discussione sulla attendibilità di questi dati o sulla qualità democratica di un voto espresso conoscendo candidati e liste solo poche ore  prima della apertura dei seggi. Credo che sia del tutto inutile porsi domande sulla segretezza di un voto espresso, come hanno riferito i commentatori televisivi, in crocchi e capanelli o di un sistema di certificazione basato su una macchia di inchiostro sul dito indice della mano destra.

Penso che sia del tutto inutile chiedersi se vi fossero scrutatori, presidenti di seggio e garanti internazionali o se la conta dei voti stia avvenendo con tutte le garanzie di trasparenza e legalità.

Penso che non serva a niente porsi queste domande, dato che gli Iracheni hanno votato sotto le bombe e gli attentati, bloccati nelle case dal coprifuoco, occupati militarmente da centinaia di migliaia di super tecnologici soldati stranieri.

Non mi interessa dubitare delle cifre, perché anche se alle urne fossero andati il 50 o il 40 o il 30% dei cittadini di quel paese devastato, sono convinto che quel gesto di recarsi alle urne di milioni di persone, minacciate di morte, perquisite, impedite nel libero scambio delle idee sia stato,comunque, un grande atto di coraggio , una profonda e vasta manifestazione politica.

 

Debbo quindi cambiare idea? Debbo pensare, come molti stanno facendo in queste ore, che abbiamo sbagliato a pensare che la guerra fosse un crimine, che Bush, Blair, Berlusconi, avessero ragione?

“Ecco” dicono gli apologeti della guerra provvidenziale  “Vedete? Non importa se avessero armi di distruzione di massa, non importa se fossero o meno coinvolti nell’attentato dell’11 settembre. Abbiamo mentito, mistificato, raso al suolo un paese ma non facciamo piagnistei su centinaia di migliaia di morti, non creiamoci sterili sensi di colpa sulle torture di Abu Graib e sugli orrori di Guantanamo. Gli Iracheni hanno votato, la democrazia può, anzi deve, essere esportata. La lotta al male esige i suoi tributi”

 

Tuttavia le maglie della propaganda e della informazione a senso unico hanno delle falle. Tra le scarne immagini che tentavano di fornirci il senso di un normale e civile confronto elettorale (  Ma dove erano le code di milioni di persone ai seggi, dove la ressa, dove i comizi, i dibattiti, la passione del confronto? ) il volto di un giovane: “Voto, perché così gli americani se ne andranno”.

Io credo che dicendo “americani” intendesse anche Italiani, Polacchi, Inglesi e tutti gli altri giganteschi alieni in tuta mimetica, e i loro elicotteri, aerei,  mezzi blindati. Io credo che quel giovane volesse dire “voto perché cessino le incursioni notturne, i bombardamenti le torture e i massacri”.

La propaganda non può fermare le riflessioni. Non lo abbiamo sentito né lo abbiamo visto, ma certamente in molti si sono recati al voto perché stanchi di attentati, rapimenti e decapitazioni. Di violenza cieca e di fanatismo religioso che non sono i mali che l’aggressione americana voleva eliminare, bensì la sua diretta conseguenza.

Indipendentemente dalle semplificazioni propagandistiche dobbiamo certamente pensare che in quel voto si esprima la frammentazione di un paese dilaniato dal trauma di una guerra subita e che al suo interno si collochino i desideri di rivincita di etnie, i calcoli di potere di gruppi di pressione, la ricerca di spazi di “signori della guerra” che sono sorti e prosperano all’ombra dei bombardieri e accanto alle basi fortificate dei “liberatori”. Purtroppo sono convinto che questo voto, finché lì vi saranno occupanti e carcerieri stranieri, non porrà fine alla violenza.

Oggi, mentre scrivo, leggo che una rivolta in un carcere di massima sicurezza, “Campo Bucca”, nel sud dell’Irak è stata soffocata nel sangue. Gli americani hanno ucciso quattro detenuti. La teoretica civiltà del voto imposta con il sangue non ferma la strage e, questa volta, a uccidere i prigionieri non sono carcerieri islamici, bensì i nuovi templari della democrazia.

 

Non cambio idea. Avvolto nel tepore della mia sicurezza occidentale non ho il diritto di giudicare le azioni di un popolo aggredito e quotidianamente violentato, ma accolgo con gratitudine la scelta di andare a votare del popolo iracheno, perché ci lascia intravedere, nella vasta complessità della tragedia che abbiamo provocato,  una strada diversa rispetto alle decapitazioni, i sequestri, i kamikaze, il predicare dei fanatismi religiosi.

Non ricavo, da questo voto, la convinzione che abbiamo fatto, comunque, bene a distruggere un paese, bensì la conferma che dobbiamo andarcene, portare via i nostri soldati e chiedere con sempre maggior forza che subito se ne vadano dall’Irak tutti i soldati stranieri.

Questa guerra resta un’infamia e nessun atto di coraggio di un popolo inerme potrà darle dignità e onore.  

Annibale Pepe

2 febbraio 2005 

postato da megachiplombardia | 20:15 | commenti (2)