" Il "Providence Journal", quotidiano della capitale del Rhode Island, il piu’ piccolo Stato degli USA, aveva compiuto un notevole sforzo economico, agli inizi del 1991, per spedire un suo inviato in Arabia a raccontare la Guerra del Golfo. La spesa, fino a quel momento, non era stata granchè ripagata dai reportage, sostanzialmente identici a tutti quelli spediti dalla base di Dhahran dai giornalisti europei e americani. La scena dell’informazione – constatavano amaramente al "Providence" – era stata interamente occupata, maledizione, dalla TV con le sue sceneggiate ("Arriva lo Scud?" ; "Quando arriva vi chiedo la linea") e da quel furbone di Peter Arnett da Baghdad."
" Randall Richard, l’inviato del "Providence Journal", decise di giocare la sua carta alla vigilia della cosiddetta "guerra terrestre", cioè dell’attacco finale delle forze della coalizione, dopo trentacinque giorni di massicci bombardamenti, contro le truppe di Saddam Hussein asserragliate nelle trincee del deserto. Chiese perciò (e ottenne) di essere preso a bordo della portaerei "Usa Ranger", in rotta nel Golfo Persico. La sua segreta speranza era che, come si mormorava nelle lunghe ore di attesa attorno alla piscina dell’albergo di Dhahran, il promesso "attacco di terra" fosse in realtà uno sbarco da parte dei marines: allora sì che, dopo mesi di inerzia passati a leggere e copiare, per poi ammannirli ai lettori del Rhode Island, i dispacci del ristretto pool di giornalisti selezionati dal Pentagono per brevi visite al fronte, avrebbe potuto descrivere di persona l’opera di veri soldati, l’azione di vere armi, insomma, una vera guerra."
" Nel pomeriggio e nella serata di martedì 26 febbraio accadde a bordo della "Usa Ranger" qualcosa di stupefacente, e che l’inviato ritenne in dovere di segnalare trasmettendo il pezzo per telex al "Providence". Gli aerei da bombardamento, gli "Harnet", decollavano dal ponte della portaerei ad un ritmo frenetico, carichi di ordigni gravitazionali e incendiari, e rientravano leggeri, dopo aver sganciato il loro carico nel deserto, per ripartire di nuovo dopo aver fatto il pieno di carburante e di bombe. La baraonda era totale. Scrisse Randall Richard nel suo dispaccio:"Gli attacchi aerei contro le truppe irakene in ritirata dal Kuwait sono stati così febbrili oggi, che i piloti hanno dichiarato che prendevano a bordo le prime bombe che trovavano, quelle più vicine al ponte di decollo."
" Mentre dagli altoparlanti scendevano le note del motivo "Lone Ranger", gli avieri operavano a ritmi da record, in un clima di generale confusione ed esaltazione. "Trascuravano spesso le bombe più adatte alle loro missioni, quelle "Rockeye" a frammentazione da duemila libbre, perché il montaggio sotto la carlinga richiedeva troppo tempo."
" In quelle ore, tutti i giornali e le TV del mondo erano impegnati a descrivere come una "passeggiata multicolore", presumibilmente poco sanguinosa, l’offensiva di terra contro gli iracheni in rotta. Le informazioni che filtravano,in assenza di testimoni diretti, (giornalisti o telecamere) erano quelle provenienti, come al solito, dal quartiere generale di Schwarzkopf. L’opinione pubblica ignorava, persino, che poco dopo la mezzanotte del 26 febbraio il ministro degli Esteri irakeno, Tarek Aziz, aveva bussato al portone dell’ambasciata sovietica a Baghdad, chiedendo di trasmettere, via Mosca, al Consiglio di Sicurezza dell’ONU (le comunicazioni dirette tra Baghdad e New Yor erano impossibili) la decisione irakena del ritiro incondizionato e immediato dal Kuwait illegittimamente invaso, occupato e saccheggiato sette mesi prima."
" Mai l’informazione dal fronte era stata così rigidamente controllata. Eppure il dispaccio di Randall Richard da una portaerei sfuggì, imprevedibilmente, a ogni tipo di controllo, e fu pubblicato regolarmente il giorno dopo sul semisconosciuto quotidiano di Providence, Rhode Island. Sarà ricordato come l’unica testimonianza scritta e diretta di ciò che di terribile avvenne quel giorno nei cieli e nel deserto del Golfo."
Un ingorgo sulla collina
" Piloti e soldati statunitensi lo chiamarono poi "Turkey shoot", caccia al tacchino in fuga. In rotta verso il nord, alcue migliaia di veicoli, certamente più di duemila, avevano abbandonato la troppa esposta autostrada a otto corsie Kuwait City-Bassora e si erano ammassati lungo la vecchia strada Jahra-Umms Qasr. Secondo i frammenti di racconto fatti dagli accaldati piloti dei caccia-bombardieri Hornet all’inviato del "Providence", laggiù s’era creato "un ingorgo pazzesco" di auto, camion, jeep, vecchie carcasse d’autobus, ambulanze, blindati e carri armati straboccanti di civili e militari e usati come mezzo di fuga. Scappavano i soldati che avevano occupato e devastato Kuwait City, scappavano i funzionari spediti da Saddam con le loro famiglie, scappavano i palestinesi che temevano la rappresaglia per collaborazionismo, scappavano migliaia di asiatici- indiani, pakistani, cingalesi – emigrati in Kuwait e timorosi del futuro. "E’ uno spettacolo, paraurti contro paraurti , sull’asfalto e ai lati dell’asfalto, sembra l’autostrada di Daytona Beach durante le vacanze di Pasqua."
Secondo le ricostruzioni fatte molti mesi dopo dalla rivista statunitense "Command", la colonna fu bloccata con un attacco dal cielo ai piedi della collinetta di Mutla Ridge: gli A-10 decapitarono la testa e la coda del convoglio con bombe incendiarie al fosforo. Sull’infernale ingorgo che ne derivò, mentre la gente come impazzita scappava dagli autobus, dalle auto, dai camion, si lanciarono i caccia-bombardieri che il fortunato giornalista Randall Richard aveva vist odecollare a ritmo febbrile dalla "Usa Ranger". Secondo la descrizione di un pilota "era come quando ti alzi la notte e accendi la luce in cucina.. Correvano dappertutto come scarafaggi e noi li stavamo ammazzando."
" Mentre tutto ciò accadeva, le tv di tutto il mondo, sintonizzate su quella che era stata definita la prima "guerra in diretta", trasmettevano immagini strazianti ma rassicuranti di soldati irakeni che si arrendevano uscendo in fila, a mani alzate, dai loro rifugi (quelle drammatiche scene, si seppe poi, furono girate più e più volte, per consentire alle varie truppe televisive di riprenderle, così come due capi di Stato si stringono la mano a lungo sotto il lampo dei flaches, o una squadra si mette in posa ripetutamente prima della partita). David Martin informava in diretta dal Pentagono che "la madre di tutte le battaglie si era trsformata in una madre di tutte le rese."
" Dan Rather, il popolare anchorman del network statunitense Cbs, aveva – secondo il New York Times – "gli "occhi umidi" mentre elogiava "lo spirito indomito, il valore dei fanti e il fegato dei marines" La guerra andò in onda, in quelle ore, in una posizione privilegiata: l’intervallo dei play-off del torneo di basket dei college. Dan Rather ebbe così modo di esclamare che "l’azione di contropiede degli alleati è veloce, e sta andando a gonfie vele" mentre Tom Brokaw della concorrente Nbc, anch’egli spuntando nell’intervallo, illustrava il "rapido gioco di squadra delle forze alleate"."
" Non un dispaccio d’agenzia, non un reportage giornalistico, non un servizio televisivo ebbero modo di informare su quello che più tardi –allentatasi la morsa della censura e dell’autocensura , mentre il corrispondente a New York del Tg3, Lucio Manisco, trasmetteva le prime notizie - ..un giornalista dell’ "Observer" definì "il più terribile attacco aereo contro un esercito in ritirata della storia di tutte le guerre."
Nella memoria del mondo
" Varrà la pena di esaminare a parte, e più dettagliatamente, i meccanismi dell’infernale congegno informativo che impedì in quei mesi al mondo di conoscere sugli avvenimenti del Golfo, svoltisi apparentemente sotto gli occhi di un paio di migliaia di reporter di ogni Paese e di centinaia di troupe televisive, qualcosa di più che non sulle guerre tra Sparta e Atene. Tuttavia, finito il conflitto, reportage, studi e ricerche si sforzarono lodevolmente di recuperare frammenti di verità. Tornato in patria, il giornalista britannico Steven Staker raccontò: " Ciò che ho visto su quella strada è una scena di devastazione assolutamente terrificante…Durante l’attacco migliaia e migliaia di veicoli sono stati semplicemente annientati. Ho visto cadaveri accatastati a mo’ di pila.."
"Un giornalista italiano, Tony Fontana, raggiunse l’apocalittico cimitero della collinetta di Mutla Ridge quando "i bulldozer avevano appena finito di far piazza pulita e avevano ricavato una stretta pista tra due ali di lamiere senza forma". Tra le auto rovesciate "c’era di tutto, dai reggiseni ai libri della biblioteca nazionale kuwaitiana, agli stereo, alle scatolette di formaggio danese". L’osservatore raccontò poi di essere rimasto colpito dal fatto che "tra i rottami, apparentemente, non c’erano cadaveri". La maggior parte delle vittime del massacro, migliaia, "erano state seppellite con i bulldozer probabilmente lì intorno". E tuttavia era sorprendente che nei bus bombardati "i vetri erano intatti" mentre "sulle carogne degli animali non vi erano tracce di sangue, né ferite, né lacerazioni". Il giornalista, facendo riferimento a numerose altre testimonianze, espresse la convinzione che fossero state usate "nel corso del bombardamento a tappeto, le terrificanti " bom be aerosol" che esplodendo bruciano l’ossigeno in un’area di parecchi chilometri e lo risucchiano dai polmoni di coloro che sono sopravvissuti alle fiamme e all’onda d’urto. Gli ordigni Fae (Fuel aer explosive), armi convenzionali simili, per effetto, a quelle atomiche, erano state sicuramente usate nel periodo della "disinfestazione" del deserto. Non si seppe mai se fossero state sganciate sull’ingorgo di Muttla Ridge."
" Non si seppe, anche perché l’informazione sul massacro arrivò tardi e in modo incompleto, quando ormai i riflettori internazionali si erano spostati sulla sanguinosa repressione, in Irak, della rivolta dei curdi. Nella memoria del mondo restò una sola, famosa immagine di Muttla Ridge, quella –ricordate? – di uno sterminato ammasso di ferraglie inamidate nel deserto. Solo qualche corpo, sola qualche goccia di sangue, solo qualche traccia di presenza umana in quelle foto e in quelle immagini televisive che sembravano richiamare, più che l’incubo e lo sterminio della guerra, l’oltraggio ambientale degli sfasciacarrozze e dei cimiteri d’auto usate."
" Quante erano state le vittime, lungo la strada tra Kuwait City e Bassora, trenta ore prima della cessazione definitiva della guerra? Secondo alcuni calcoli, non meno di ventimila. Ventimila esseri umani in carne ed ossa, di cui c’è traccia in qualche ricerca di specialisti, ma non nella coscienza dei miliardi di cittadini del pianeta che hanno vissuto ora per ora, attraverso i giornali o "in diretta" sugli schermi tv, la guerra del Golfo."
" Chissà che cosa pensò, al suo ritorno nel Rhode Island, il buon Randall Richard, che aveva sorpreso e raccontato la febbrile attività di preparazione dei caccia bombardieri e del loro micidiale carico di bombe, per una strage che i bollettini di guerra (e la coscienza dei popoli) considerarono mai accaduta."
" In defintiva: come avvenne che nelle fosse comuni di Timisoara, nel 1989, ** fossero sepolti oltre quattromila cadaveri in realtà mai esistiti? E come potè accadere due anni dopo, nel deserto d’Arabia, che ventimila corpi fossero sotterrati nelle fosse comuni, senza che un massacro fosse avvenuto, o almeno senza che di esso fosse stata data notizia al mondo civilizzato?"
" Se l’informazione sulla realtà non è la realtà, ci si potrebbe chiedere cosè la realtà. Oppure, lasciando questo complesso compito alla metafisica, si potrebbe almeno provare a capire cosa è, realmente, l’informazione.."
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Da: "Sotto la notizia niente" di Claudio Fracassi – saggio sull’informazione planetaria – Libera Informazione Editrice, Roma – prima edizione novembre 1994
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** nella prima parte del capitolo, l’Autore narra dei giorni della rivolta di Timisoara, nel dicembre 1989, e della notizia secondo cui migliaia di cittadini erano stati uccisi dalla repressione di Ceausescu e sepolti in fosse comuni. La tv e i media mostrarono anche al mondo corpi di donne, uomini, bambini squartati, che si rivelarono poi essere corpi prelevati per essere fotografati dal "cimitero dei poveri": erano corpi di vagabondi morti di morte naturale e che avevano subito autopsia. Allo stesso modo, l’immane massacro di migliaia di cittadini uccisi non era avvenuto …Un anno dopo quegli eventi, un trafiletto sul Corriere della Sera (per quanto riguarda l’Italia; in altri paesi ci furono servizi più ampi e ci fu, specie in Francia, una severa autocritica da parte degli operatori dell’informazione)) riportava la corretta versione dei fatti, la smentita di quegli eventi cosi’ come erano stati raccontati al mondo nelle convulse ore che precedettero la caduta di Ceausesc u
Ma nella "memoria del mondo" - dice Fracassi - rimasero "quei" fatti e non la smentita.
L’immagine di una pipa non è una pipa (Magritte)
(proposto da germana pisa - 7 febbraio 05)
